lunedì 27 maggio 2013

Public speaking. Sei piccoli suggerimenti per parlare in pubblico, vincendo la paura.


Negli ultimi giorni mi è capitato di parlare con alcune persone del tanto temuto “public speaking”. 

Parlare in pubblico spaventa tanti ed io stessa, pur essendo abituata a farlo, non sono del tutto immune ad un po’ di ansia.

Cosa temiamo di più? 

In linea generale, le persone con cui ho parlato affermano che la cosa che più le agita, è l’idea di dimenticare cosa si deve dire o di fare brutte figure. 

Invece, io credo che la cosa che davvero ci mette a disagio sia il pensiero, più o meno cosciente, di essere il fulcro di tanti sguardi (sconosciuti e non).

Avere la parola, tutti gli occhi puntati addosso, l’attenzione generale catalizzata su di noi, non è una cosa facile da gestire. Gli sguardi fissi su di noi ci mettono in stato di allerta, è un retaggio atavico che ci arriva dalla “bestia” che è ancora, a livello inconscio, in noi. 

L’istinto della “bestia primitiva”, presente in ogni persona, segnala come potenzialmente  “pericolosa” una situazione in cui un “branco”, diverso dal nostro, ci fissa e ci circonda. 
Assomiglia molto alla situazione della preda osservata e spiata, con attenzione, da un gruppo di predatori.
Naturalmente, subentrano anche altri fattori, più razionaliquali appunto il timore del giudizio altrui, della brutta figura, l’emotività, le insicurezze personali etc. 
Parlare in pubblico ci spinge fuori dalla nostra zona di sicurezza, verso un ignoto che non sappiamo predire, facendoci sentire esposti. 
La cosa però non ci deve né bloccare né inibire.

Alcuni dicono di non essere "portati" per farlo. Altri che non hanno il talento per farlo. Altri ancora che non ci riusciranno  mai.

Fermi tutti! Ho una buona notizia: predisposizione personale a parte (non nego che ci siano persone naturalmente predisposte), parlare in pubblico non è la fine del mondo e tutti possiamo farlo, bene!
Anzi, tutti possiamo imparare a farlo o migliorare il modo in cui lo facciamo, con un po’ di preparazione e di allenamento!

Perché lo dico con tanta sicurezza? Perché l’ho visto succedere, perché ho aiutato a farlo succedere, perché molti non realizzano una cosa semplicissima eppure davvero fondamentale: 
parliamo in pubblico ogni giorno della nostra vita! Con i famigliari, gli amici, i colleghi, il panettiere, il barista. La nostra vita è parlare in pubblico.
Ovviamente in genere si tratta di conversazioni e l’interazione ci aiuta ad esprimerci più facilmente. Si tratta di situazioni non ufficiali, altra cosa che ci mette a nostro agio e ci lascia tranquilli, nella nostra zona di sicurezza. 

Eppure, se pensiamo che in realtà abbiamo l’allenamento a parlare ad un pubblico, fin dalla nascita, con quei nostri piccoli vagiti, il pensiero di farlo per una audience, più o meno grande, non ci dovrebbe spaventare più tanto. Dobbiamo solo perfezionare alcuni piccoli accorgimenti. 

Dobbiamo sfruttare al massimo gli strumenti che abbiamo a disposizione per tenere un discorso in pubblico . Che il nostro pubblico sia di due, dieci, cento, mille persone non cambia questo stato di cose.

Di seguito, i miei sei piccoli suggerimenti, per affrontare un discorso in pubblico, che nascono da sei domande che pongo a me stessa, come una sorta di allenamento mentale (ne ho parlato QUI)

  1. Cosa devo dire? 
  2. Perché è importante che lo dica? 
  3. Come lo voglio dire? 
  4. A chi lo sto dicendo? 
  5. Dove lo devo dire? 
  6. In quanto tempo?

1 Cosa devo dire. Non esisterebbe la necessità di parlare in pubblico se non avessimo qualcosa da dire. Per questa ragione curiamo il discorso con molta attenzione. Ogni discorso ha un principio, uno svolgimento, una conclusione, che devono essere coerenti, conseguenti, esaurienti.

2 Perché è importante che io lo dica. Sembra una domanda retorica ma non lo è. E’ fondamentale ricordare che se siamo chiamati a fare un discorso è perché a qualcuno interessa ciò che abbiamo da dire
Questo pensiero aiuta a tenere a freno il timore atavico degli sguardi fissi su di noi. Non ci guardano per aggredirci, ci guardano perché sono interessati a ciò che abbiamo da dire. 
Non dobbiamo temere di essere giudicati per quello che siamo ma per quello che abbiamo da dire. Quindi, la partita è nelle nostre mani. 
Non siamo i soggetti passivi della questione, siamo quelli attivi. Abbiamo un messaggio da veicolare a qualcuno che è interessato ad ascoltare. 
Non siamo “prede” inermi, non dobbiamo difenderci dal nostro pubblico.

3 Come lo voglio dire.  Semplice, efficace, d’impatto. Cerchiamo di essere equilibrati nella quantità di informazioni che consegniamo al nostro pubblico, non perdiamoci in cavilli e tecnicismi che servirebbero solo a confondere, annoiare o sommergere di informazioni non necessarie chi ci ascolta.  
Utilizziamo, se possibile, mezzi visivi per sottolineare quanto diciamo come slide ben curate, immagini significative, i punti chiave di quello che stiamo dicendo-Proiettiamo video, con un tocco di originalità, per rafforzare quanto stiamo raccontando
Facciamo esempi, paragoni. Sorridiamo quando è appropriato. 
Usiamo il tono della voce per dare colore ed accenti alle nostre frasi, a passaggi particolarmente importanti e rilevanti. 
In questo modo manterremo il nostro pubblico attento e reattivo ed avremo una maggiore possibilità di far passare il messaggio che intendiamo trasmettere. 
Un mio piccolo esercizio, per calibrare il tono della voce, è quello di registrarmi (e riprendermi) mentre provo la mia presentazione per poi riascoltarmi/vedermi. 
Questo mi da la misura di quello che vedranno e sentiranno gli altri. E siccome non esiste un giudice più spietato di noi stessi, mi adopero per correggere e migliorare quello che non mi piace della mia esposizione.

4 A chi lo sto dicendo. Il discorso deve essere mirato al tipo di pubblico che lo riceve. I linguaggi possono variare e devono  variare, in funzione di chi ci sta ascoltando, del suo grado di istruzione o di preparazione rispetto all'argomento che stiamo trattando. 
Se teniamo un corso, di social media marketing ad un gruppo di artigiani del legno, un uso eccessivo di inglesismi e termini tecnici potrebbe generare confusione. 
E la confusione, spesso, genera frustrazione e conseguente ostilità da parte di coloro a cui, invece, vorremo trasferire le informazioni. 
Se i ruoli fossero ribaltati ed iniziassero a parlarci del loro lavoro, usando termini tecnici a noi sconosciuti come sgorbie, gattuccio, graffietto, oltre a non capire ci sentiremmo frustrati nel non riuscire a capire. 
Di conseguenza, come reazione naturale davanti a qualcosa che vogliamo ma che non riusciamo ad ottenere, arriva il senso di ostilità. 
Io a volte cerco (ma solo se la situazione lo consente), di rompere il ghiaccio inizialmente, facendo qualche domanda tattica alla mia platea (piccola o grande che sia). 
Domande semplici che possano fornirmi risposte sulle aspettative e la preparazione di chi mi ascolta, un piccolo campione del “ chi mi ascolterà”. 
Questo mi aiuta, in fase di discorso, a calibrare ancora meglio quanto andrò a dire. Attenzione, questo piccolo accorgimento è utile ma bisogna saperlo gestire. 
Altrimenti si rischia di farsi trascinare in territori inesplorati e potenzialmente pericolosi, come, ad esempio, essere tentati di cambiare la presentazione all'ultimo secondo, andando a braccio…  evitare!!!.

5 Dove lo devo dire. Cerchiamo sempre di vedere il luogo dove terremo il nostro discorso. Se è possibile, mettiamoci in posizione, nel posto dove lo terremo e assorbiamo lo spazio attorno a noi. 
Io lo faccio,  ogni volta che la situazione me lo consente. A cosa mi serve? 
A “conquistare” lo spazio nel quale mi muoverò, a sentirlo sicuro e mio, a sapere come muovermi e dove posso muovermi, come e se spostarmi mentre parlo. 
Mi serve anche a calcolare la distanza fisica fra me e chi mi ascolterà. 
Volendo restare in tema di "bestie primitive" è una sorta di "marcamento del territorio". 
Altro aspetto importantissimo: proviamo gli strumenti a nostra disposizione, per evitare inconvenienti tecnici, se tutto fila liscio ci sentiremo più sicuri. Ripetiamo un pezzo del discorso a voce alta per modulare il tono della voce alla sala e/o al microfono. Assordare la platea, con un tono troppo alto, sparato dagli altoparlanti, non è mai bello e non è mai un successo! 
Una volta padroni del luogo e dei mezzi ci sentiremo più tranquilli.

6 In quanto tempo lo devo dire. Scusate l’esempio personale ma… essendo la compagna di un musicista, per giunta batterista, il timing è diventato non solo una sua ossessione ma anche la mia. 
Il tempo è fondamentale. Occorre prima di tutto stabilire quanto tempo deve durare il nostro discorso. 
Assicuriamoci di esporlo e raccontarlo nei tempi previsti, senza correre, senza trascinarlo, il ritmo è importantissimo
Inoltre, rimanendo in tema di musica, non dimentichiamo le pause! Le pause sono parti fondamentali della musica, del tempo… calcoliamo brevi pause, fra una frase e l’altra. Prima di un concetto importante o dopo aver espresso un concetto importante. Per creare anticipazione o un momento di riflessione o semplicemente per scandire un ritmo e dare “musicalità” ed armonia al nostro discorso.

Molto altro ci sarebbe da dire sul public speaking, ad esempio sul linguaggio del corpo, su come apprendono gli adulti rispetto ai bambini etc.. magari si può riprendere l’argomento in futuro. 

Intanto, spero che questi sei piccoli suggerimenti servano a far perdere un po’ di timori a quelli che li hanno e ad aiutare a portare a termine, un discorso in pubblico, con più sicurezza. 

Quando nei corsi insegno tecniche e trucchi per parlare in pubblico, non manco mai di partire da questi sei piccoli suggerimenti. 

Sono semplici da mettere in pratica e ci permettono di prendere il comando su qualcosa che, altrimenti, finirebbe per comandarci: la paura. 

Naturalmente, esercizio ed allenamento sono utilissimi ma iscriversi ad un corso e approfondire la propria preparazione, in quella che io considero una vera e propria arte, è vivamente consigliabile.

Fatemi sapere se trovate utili questi sei suggerimenti e raccontatemi i vostri, orde di relatori terrorizzati potrebbero esservene grati!

10 commenti:

  1. La mia paura più grande è di vedere la gente che sbadiglia o che ha la faccia addormentata

    RispondiElimina
  2. :-) Grazie per il commento.
    Credo sia paura di molti, anche la mia. Per combatterla cerco di curare il discorso e l'esposizione in modo da prevenire stati di coma profondo in chi mi ascolta. Penso prima a cosa mi annoia delle esposizioni degli altri e faccio di tutto per evitarle. Quando mi è capitato (si, mi è capitato di assistere ad un calo di palpebra generale) ho reagito creando un pò di interazione con il mio pubblico. In genere ha sempre funzionato. Non farti gestire dalla paura!

    RispondiElimina
  3. Mi piacciono un sacco questi articoli Katia....li leggo sempre con molto interesse... per il parlare in pubblico...per quanto riguarda l'imbarazzo, per me, significa superare il primo impatto...poi mi scaldo e vado (anche se non ho mai avuto occasioni da cardiopalma :) )... per l'organizzazione dei contenuti. beh quello e' tutto da imparare!!! :D

    RispondiElimina
    Risposte
    1. a grazie mille Astasia! :-)
      I contenuti sono la cosa principale, ovviamente.
      Scegliere quali e come è per me la cosa più "delicata" su cui lavorare. Nella montagna di informazioni che si hanno a disposizione, scegliere quelle "giuste", le più efficaci, è frutto di un grosso lavoro di scrematura. E'difficile trovare il giusto equilibrio al primo tentativo. Il mio obiettivo è andare al nocciolo, estraendo solo quello che davvero conta ma senza rendere il discorso/presentazione troppo scarno o asettico. Troppe informazioni "accessorie" creano solo confusione, troppo poche poche poco coinvolgimento ma anche uno scarso risultato in termini di trasmissione dei contenuti.
      In genere, se può servire, io parto dal "magma primordiale" :P, ci metto dentro tutto, proprio tutto, poi pian piano rileggo e non solo rileggo ma ripeto anche ad alta voce. Inizio a chiedermi "questo serve?", "questo è necessario?", "questo è efficace?" e pian piano procedo a fare il percorso al contrario, quello del "meno è meglio", togliendo tutto quello che non mi sembra davvero rilevante, interessante o che suona come ridondante. ;-)

      Elimina
    2. ottimo flowchart...me lo appunto per il prossimo discorso in pubblico (o magari video! ;) )

      Elimina
  4. p.s. ti prego togli la captcha ^^

    RispondiElimina
    Risposte
    1. aahaha grazie! si va più spediti..poi se vedi che vieni invasa da spam lo rimetti :)

      Elimina